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Ferretti, la nautica vira a Est
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Ferretti, la nautica vira a Est

Ricavi e ordini crescono soprattutto in Asia, mentre il controllo cinese sul gruppo si rafforza.

Dietro gli yacht di lusso c’è anche un patrimonio tecnologico potenzialmente dual use. Per Palazzo Chigi la questione è capire se intervenire prima che il baricentro industriale si sposti definitivamente verso Oriente.

Il dossier Ferretti è stato raccontato negli ultimi mesi soprattutto come una battaglia di governance, accompagnata da tensioni tra azionisti e sospetti sulle strategie del socio cinese. Ma dietro lo scontro societario c’è una questione più ampia, che riguarda direttamente la sicurezza economica e industriale italiana.

I numeri più recenti mostrano infatti un gruppo che, mentre rallenta complessivamente, cresce con forza proprio nell’area Asia-Pacifico. Una dinamica che coincide con il mercato di riferimento del suo azionista di controllo, la cinese Weichai.

È in questo scenario che il golden power assume un peso decisivo. Lo strumento consente al Governo italiano di imporre prescrizioni o intervenire sulle operazioni riguardanti asset considerati strategici. E Ferretti, proprio per il patrimonio tecnologico e industriale accumulato negli anni, è già entrata più volte nel perimetro di attenzione di Palazzo Chigi.

Non solo yacht: il valore della tecnologia dual use

Ferretti è uno dei principali protagonisti mondiali della nautica di lusso. Nel portafoglio del gruppo figurano marchi come Riva, Pershing e Custom Line e nel 2025 i ricavi hanno superato 1,23 miliardi di euro.

Ma la rilevanza strategica dell’azienda non dipende soltanto dal valore dei suoi yacht.

Le competenze sviluppate per costruire imbarcazioni ad alte prestazioni riguardano infatti scafi veloci, materiali compositi, propulsione, elettronica e tecnologie capaci di ridurre le firme radar, magnetiche e termiche. Soluzioni nate per il mercato civile che possono trovare applicazione anche nel settore militare.

Nel 2016 il gruppo ha costituito la Ferretti Security Division, entrando nel settore delle imbarcazioni destinate alle forze di sicurezza e della difesa. La società è stata iscritta al Registro nazionale delle imprese operanti nel settore dei materiali d’armamento e negli anni ha lavorato anche con Marina Militare, Guardia Costiera e Carabinieri.

Il controllo del gruppo, nel frattempo, è passato saldamente in mani cinesi.

Ferretti International Holding fa capo a Weichai e, risalendo la catena societaria, a Shandong Heavy Industry Group, partecipata per il 70% dalla SASAC dello Shandong. Dietro il principale azionista di Ferretti c’è dunque, indirettamente, lo Stato cinese.

Non è quindi casuale che negli anni il Governo italiano abbia già applicato a Ferretti la disciplina dei poteri speciali: dalle prescrizioni legate al progetto di quotazione del 2019 fino alle successive istruttorie e ai provvedimenti del 2025 e del 2026, nei quali il gruppo è stato considerato di rilevanza strategica.

I conti rallentano, ma l’Asia accelera

A rendere ancora più delicato il dossier sono i dati del primo semestre 2026, pubblicati il 31 luglio.

I ricavi netti sono scesi del 5,6% a 585,6 milioni di euro. L’Ebitda adjusted si è attestato a 92,5 milioni, mentre l’utile netto è diminuito del 13,1% a 37,9 milioni.

Ancora più marcato il rallentamento commerciale: la raccolta ordini è arretrata del 26,9%, fermandosi a 341,4 milioni, mentre il portafoglio ordini ha registrato una contrazione del 25,7%. Nel segmento Super Yacht, durante il semestre, non sarebbe stato acquisito alcun nuovo ordine.

La società ha inoltre rivisto con prudenza le indicazioni per il 2026, richiamando anche l’incertezza legata alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente.

Ma il dato più interessante emerge analizzando la distribuzione geografica del business.

Sul fronte dei ricavi, l’Europa cresce dello 0,6%, le Americhe arretrano dello 0,2% e Medio Oriente e Africa segnano un calo del 25,5%. L’Asia-Pacifico, al contrario, cresce del 206,2%.

Una dinamica ancora più evidente negli ordini: Americhe -48,6%, Europa -25,4%, Asia +211,7%.

Il mercato che oggi cresce più rapidamente è quindi proprio quello asiatico. Non è una prova di un trasferimento di attività verso la Cina, ma rende economicamente plausibile uno scenario nel quale investimenti, produzione e competenze possano progressivamente seguire la domanda.

Ed è precisamente questo uno dei rischi che il golden power dovrebbe valutare: non soltanto il trasferimento formale della proprietà, ma anche lo spostamento sostanziale del centro di gravità industriale e tecnologico.

Il nodo della Ferretti Security Division

Il nuovo amministratore delegato Stassi Anastassov ha cercato di ridimensionare le preoccupazioni, definendo la situazione soprattutto una sfida commerciale e sostenendo che la produzione della Ferretti Security Division sia cessata nell’agosto 2024.

Secondo il manager sarebbero rimasti soltanto alcuni contratti di manutenzione con la Polizia Penitenziaria.

Un elemento che, tuttavia, non chiude completamente il dossier.

Nell’Annual Report 2025 del gruppo figurano ancora, tra le attività riferite alla Security Division, la costruzione e la vendita di pattugliatori costieri.

E anche qualora la produzione fosse effettivamente cessata, resterebbero comunque all’interno dell’azienda competenze tecniche, progettuali e industriali maturate negli anni.

È proprio questo patrimonio immateriale — know-how, progettazione, tecnologie e capacità produttive — uno degli elementi che la disciplina sugli asset strategici mira a proteggere.

Il precedente britannico dei droni navali

I timori legati all’impiego di tecnologia cinese nei sistemi militari non appartengono soltanto alla teoria.

Un caso recente arriva dal Regno Unito e riguarda i droni navali K3 Scout utilizzati dalla Royal Navy e dai Royal Marines.

Secondo quanto riportato da fonti internazionali, alcune telecamere installate sui mezzi avrebbero utilizzato componenti di fabbricazione cinese capaci di trasmettere segnali automatici verso un indirizzo IP localizzato in Cina.

Il ministero della Difesa britannico ha successivamente rimosso la connettività di rete dai dispositivi, escludendo comunque che siano stati sottratti dati sensibili.

La vicenda ha spinto Londra a rafforzare i controlli sulla catena dei fornitori della Difesa.

Il punto, però, va oltre il singolo episodio.

Oggi un’imbarcazione avanzata è un sistema digitale connesso: telemetria, diagnostica remota, dati di navigazione, posizione e informazioni tecniche possono transitare attraverso infrastrutture informatiche controllate dal produttore o dai suoi fornitori.

Il tema della sicurezza tecnologica non riguarda quindi soltanto il trasferimento fisico di brevetti o progetti, ma anche l’accesso ai dati e alle competenze incorporate nei sistemi.

Weichai finisce sotto osservazione negli Stati Uniti

A rendere il quadro ancora più sensibile è un’iniziativa politica arrivata dagli Stati Uniti.

Il 12 agosto il senatore repubblicano Jim Banks ha chiesto al segretario alla Difesa Pete Hegseth di valutare l’inserimento di Weichai Holding Group nella Chinese Military Companies List prevista dalla Section 1260H del National Defense Authorization Act.

È l’elenco con cui il Pentagono identifica società cinesi considerate coinvolte nel sistema di fusione tra attività civili e militari promosso da Pechino.

Weichai è proprio la società che si trova al vertice della catena di controllo di Ferretti.

Nella lettera Banks sottolinea i legami societari con Shandong Heavy Industry Group e con la SASAC provinciale e richiama inoltre la presenza, all’interno della società, di strutture riconducibili al Partito comunista cinese.

Il senatore cita anche alcuni rapporti industriali di Weichai con aziende della filiera militare cinese.

Tra gli elementi richiamati figura l’impiego di motori Weichai sul lanciarazzi multiplo PHL-11 fornito da NORINCO all’Esercito popolare di liberazione, oltre ad accordi con società collegate al settore aerospaziale e della difesa cinese.

L’eventuale inserimento nella lista 1260H non equivarrebbe automaticamente a una sanzione generalizzata e non vieterebbe alle imprese private americane di fare affari con Weichai.

Avrebbe però conseguenze nei rapporti con il Dipartimento della Difesa e rappresenterebbe soprattutto un segnale politico importante.

La società che controlla uno dei maggiori gruppi mondiali della nautica di lusso europea rischierebbe infatti di essere formalmente classificata dagli Stati Uniti tra le aziende collegate all’apparato militare cinese.

Otto consiglieri su nove nel board

Nel frattempo la presa di Weichai sulla governance di Ferretti si è ulteriormente rafforzata.

Il gruppo cinese possiede il 39,5% del capitale, ma dopo l’assemblea di maggio i rappresentanti riconducibili all’azionista di controllo hanno ottenuto otto dei nove posti nel consiglio di amministrazione.

Un controllo di fatto molto più ampio rispetto alla quota azionaria detenuta.

Sullo sfondo rimane anche la possibilità che Weichai possa in futuro puntare a incrementare ulteriormente la propria partecipazione.

Proprio sull’esito dell’assemblea KKCG Maritime, secondo azionista del gruppo, ha avviato un contenzioso davanti al Tribunale di Bologna, contestando il rispetto degli obblighi di trasparenza collegati alla disciplina del golden power.

Ora la decisione spetta a Palazzo Chigi

La questione, per il Governo italiano, non dovrebbe ridursi alla difesa dell’italianità di Ferretti né alla scelta di campo in una controversia tra azionisti.

Il vero tema è stabilire quanto il patrimonio tecnologico e industriale del gruppo sia strategico per il Paese e se possa progressivamente cambiare centro di gravità pur restando formalmente in Italia.

Perché il trasferimento di un asset non passa necessariamente attraverso lo spostamento di una fabbrica.

Può avvenire attraverso gli ordini, gli investimenti, i fornitori, le competenze, la ricerca e le decisioni su dove sviluppare i prodotti del futuro.

I dati del 2026 indicano già una direzione: mentre buona parte dei mercati tradizionali rallenta, l’Asia accelera.

Ed è qui che entra in gioco il golden power.

Lo strumento esiste proprio per consentire allo Stato di intervenire prima che una trasformazione strategica diventi irreversibile.

Per Palazzo Chigi, quindi, la domanda non è più soltanto se Ferretti sia un’azienda strategica.

Quello è già stato riconosciuto.

La domanda è fino a che punto Roma sia disposta a utilizzare i propri poteri per evitare che tecnologia, competenze e futuro industriale del gruppo prendano definitivamente la rotta verso Oriente.

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ultimo aggiornamento: 4 Settembre 2026 13:57

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